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1997

DINO FORMAGGIO, testo del catalogo “ L’ASTRAZIONE CONCRETA”
L’opera pittorica di Anna Caser, tra i suoi molteplici meriti per i valori di coerenza di attualità e di storia (di una sua storia interna, dove i fatti diventano valori), presenta quello di suscitare una riflessione preliminare ad un discorso sull’attuale situazione della cosiddetta “arte astratta”. Il senso odierno di un termine come quello di“Astrattismo” lo rivela, ormai, come un termine di lungo cammino, diventato oggi culturalmente equivoco. Equivoco, per altro, non tanto o soltanto in senso negativo - come da alcuni viene usato -ma, piuttosto, equivoco non certo nel senso di sospettabile di inganni, bensì nel senso di “polivoco” (si potrebbe dire), di diversa pluralità di voci e di orizzonti, visto che, strada facendo, esso si è venuto modificando, dai suoi inizi polemici, girando sul suo asse, fino a diventare, appunto, un “polisenso”. Per cui, attualmente, risulta del tutto uscito dalle vecchie diatribe che ne avevano caratterizzato le origini polemiche di un secolo fa. Soprattutto alle spalle da lungo tempo stanno ormai i discorsi che tendevano a relegare la proposta astrattista (specialmente in pittura) in un movimento di semplice e polemica negazione rigida, non dialettica, dell’uomo e della natura. Ben presto però ci si è dovuti avvedere che, così posto, il giudizio sull’Astrattismo era un giudizio di negazione non solo inadeguato, ma malposto, grezzo, specie là dove slittava in moralistica censura “contro”, fino addirittura a negarne un suo autentico valore d’arte. Certamente ogni nuovomovimento che esplode nel cielo della cultura, ogni nuova idea diartisticità, porta necessariamente con sè un momento di negazione:la nascita di forme nuove non può avvenire che sulla morte dellevecchie forme precedenti, fatte ormai logore, obsolete o comunquestancate e consumate dall’uso. Ma la negazione, qui, non è undisvalore, ma un moto di superamento dialettico positivo per lacreazione di nuove forme. Più tardi poi, com’è nel destino delleidee motrici soggette ai moti pendolari della storia e della cultura,si è passati a parlare di morte dell’Astrattismo, ricadendo nelmedesimo giudizio breve e dogmatico che ne aveva costituitol’esaltazione al suo nascere. Donde il grido retorico:l’Astrattismo è morto, viva l’Astrattismo! La verità è che,frattanto, la voce Astrattismo è salita a positiva categoriauniversale di esperienza e di giudizio per determinate forme e perdeterminati valori d’arte possibili in ogni epoca dentro astrutture diverse, altrettanto dense di umanità e di concretezza chequelle delle sue antitesi “realistiche” o “naturalistiche”.

Che a questo giro di riflessioni si sia stati spinti dalla osservazione attenta delle opere di Anna Caser, nella loro storia e nel loro sviluppo di assieme, ciò è indubbiamente merito non ultimo di tali sue opere. Esse, infatti, stanno lì a dimostrare i nuovi valori di un’esperienza artistica che forse meglio non può essere definita, tra la plurivocità di sensi della voce “Astrattismo”, che come“Astrazione concreta”. Qualcosa, dunque, che si pone al di làdei dualismi irrigiditi delle vecchie dispute, poiché si precisa,con piena consapevolezza di maturazione di un suo originale mondodelle forme, come un fatto di sintesi, dove più la concretezza vive- e vive di sentimenti, di ricordi, di infanzie mai spente, disofferenze e di gioie - cioè di realtà di vita profondamentevissuta, e più “astratta” - cioè “estratta fuori”, masempre palpitante e vera, anzi più vera, per entrare nel puro mondodelle forme dove il concreto vivere viene spremuto fuori per essereliberato dai pesi e concretamente consacrato.

Edecco come queste opere pittoriche di Anna Caser, si pongono lì,davanti a noi, con tutto il loro senso, per chi vi legge dentro, contutta la loro passione salvata, la loro interiore ansia diliberazione verso mondi di spazi ideali e purificati. In esse si vedebene come ciò che è morto del vecchio Astrattismo è precisamenteil suo senso meccanicamente intellettualistico o polemicamentegeometrico (fatto fazioso da certa critica miope). E quello chequeste opere stanno lì a dimostrare è, invece, il sorgere dal lorointerno di una artisticità operante che non naviga estraniata fuoridalla vita, ma che dal profondo della vita sorge per farsi vita piùvita, esistenza più vera e più viva nel regno in perennetrasformazione, in organizzate metamorfosi, delle Forme, che dalregno delle Madri salgono a dar valore e bellezza alla più concretarealtà del tempo del vivere che l’antica filosofia di Eraclitoassegnava alla casualità di un lancio di dadi.

Sedestino v’è, in questa arte - come in ogni autentica forma d’arte- ciò che muore o che è morto fa più viva la vita stessa che nascee che in sé riscatta il più autentico e imperituro valore diesistenza. Né si dimentichi che il fenomeno era già chiaro edimostrativo di questa logica di sviluppo fin dal tempo dei padridell’Astrattismo: Kandinskij e Klee. Quest’ultimo una dellestelle-guida della pittura della Caser. In essi, come nelle piùavanzate ricerche della sua pittura, è possibile rilevare che ilvero valore di una raggiunta “Astrazioneconcreta” viene a consistere in una positiva liberazione nellapittura di nuove strutture formali nelle quali viene celebrata unaraggiunta estrema purezza dell’immagine e della sua interiore retedi “spazialità temporalizzate” dei mondi sensibili. Quindi, lanascita di una interiore poesia che sorge ogni volta daccapo comeordine strutturale sul caos dei sentimenti. Per cui, quando Annanella sua attenta vivacità culturale si imbatte nelle più avanzateipotesi della nuova scienza, studia e tesaurizza le proposte delleormai così definite “scienze del caos” (particolarmenteper ciò che concerne le nuove leggi di equazioni non-lineari neirapporti di interdipendenza tra le dinamiche del Caos e la suainterna organizzazione di ordini spazio-temporali),nonché ilmeraviglioso mondo delle immagini “frattali”, prodotte dai grandicomputer delle ricerche di nuove geometrie qualitative in BenoitMandelbrot. In occasione di opere suggerite dagli “oggettifrattali”, la Caser, nel 1994 aveva scritto: “Non cerco dirappresentare la natura, bensì di funzionare come la natura. Ilcaos, i sogni, l’infondatezza li devo organizzare in un reticoloripetitivo-variabile, un po’ incerto, in uno spazio caotico che nonha dimensione. In esso ogni cosa ha la stessa importanza. Un elementocompositivo non è necessariamente più importante di un altro”. Edè una dichiarazione di poetica personale che può essere dilatata agenerale teoria o idea dell’arte. Ma che qui acquista tutto il suopeso se viene intesa nel suo riempimento di vita.

Soloche un poco ci si addentri nei segreti di quello spazio caotico (ilCaos caotizza, aveva detto uno scienziato del caos), e in quei“sogni”, persi nel vento con le nuvole, gonfi e mutevoli nei lorocontorni come i contorni dei ricordi, ed ecco che vediamo comparirequel tutto del vivere e del sentire che, per Anna, è il mondo fattosogno della sua infanzia. Nel quale non cessa di risorgere davantiagli occhi, come qualcosa di più vivo e palpitante della vitastessa, lo spazio figurale d’aria e di voci ritornanti nel tempodella casa avita dei nonni, adagiata nei colli veronesi di Negrar, inValpolicella. Era, questa, la casa miracolosa dell’infanzia,quando, ogni anno d’autunno, la sua famiglia ritornava percelebrare i riti della vendemmia. Le stanze ronzavano come un alvearedelle voci dei contadini affaccendati, fuori l’aria profumava deimosti e sulle aie la pigiatura vedeva gambe nude affondarsiritmicamente nelle grandi tinozze, Anna, nell’estasi delle ritualivacanze settembrine, correva in giro e saltava a pigiare l’uva. Lafamiglia aveva lasciato, per il festevole incanto delle campagne,l’abituale residenza genovese, l’aria rutilante di luci delladistesa marina. Luci e aria del mare si depositavano nelle cellesegrete dell’anima sensibilissima di Anna bambina, insieme allemiti colorazioni delle più sfumate atmosfere delle colline veronesi,turgide di frutteti e di vigne. E tutto insieme questo, questoinsieme di luci, di voci, di colori tessevano, dall’interno di unagiovane vita, l’arazzo sul quale, col passare degli anni, dovevarinascere come ricordo e come sogno nella ricerca dei disegni di unaspazialità colorata e ridata come il canto fermo di quegli autunnidorati e innestati sulle infinite azzurrità del mare. Si aggiungapoi, per completare il quadro, che la casa antica dei genitori e deinonni, oltrechè popolata di profumi e di voci, di sogni infantili edi leggende, di racconti terrificanti e felici, era pure, in quelperiodo, visitata da un viavai di pittori, che inoculavano ad Anna leprime passioni per i pennelli, per gli odori dei colori e dellatrementina, e seminavano, di apprendimenti tecnici e di costruzioniinventive di sempre nuove forme, la precoce vocazione artistica dellafutura pittrice.

Tuttoquesto, tanto per aprire una porticina sui segreti di formazione e diespressione, atti a cominciare a spiegare la genesi del suo mondo,che, proprio per questo, si rivela come quello di una “astrazioneconcreta”; tutta piena del concreto vivere, come quello del mieledato dalle api di Aristeo. Un altro dei grandi miti, questo, ricchidi preziose sapienze millenarie dell’antica Grecia (dove si erapensato per tutti i secoli a venire); esso narra, come è noto, cheil pastore Aristeo, figlio divino delle nozze consumate in splendidereggie tra Apollo e la ninfa Cirene, aveva insegnato agli uomini nonsolo a condurre le greggi e a far rapprendere il latte, ma pure adallevare e governare le api. Il mito virgiliano unisce le morti delleapi di Aristeo, donatrici di miele, con la certezza (che il quartolibro delle Georgiche afferma) che, dopo il sacrificio espiatorio, leapi torneranno a rinascere dall’interno della loro stessadecomposizione. Le epoche che muoiono, quale oggi appare la nostra,dal loro stesso processo di putrefazione e ‘espiazione’ vedrannoil generarsi del nuovo volo ronzante delle portatrici di miele e divita. Non è forse questo anche il senso della rinascita dell’artee delle arti nel mondo e nella società degli uomini, rinati dallaloro stessa decomposizione espiata e fecondatrice?

Tuttoquesto è nei voti. Qualcosa di questo genere, a ben guardare dentro,nel suo fondo, viene suggerito, in modo particolare e del tuttopersonale, dall’intero cammino e dalla incessanteripetizione-invenzione che segna la strada percorsa, senzadispersioni e acconciamenti, con totale coerenza e coraggio, dellosvolgimento di una originale esperienza pittorica, quale è quella diAnna Caser: dai suoi lontani inizi, fino alle sue più pienematurazioni ed ancora e soprattutto fin dentro alle sue più avanzatee libere, felici costruzioni delle opere più recenti.

Nel1995, Anna Caser aveva affermato:“Lo spazio è una superficie pianache collega come elemento gli altri elementi. Le nuvole, le piante,le conchiglie, il bianco tra le figure come elementi non contaminatie desiderio di verginità. Non c’è bisogno di prendere appuntisulla natura. Quello che conta è il ricordo che fa vederecontemporaneamente ciò che è passato nella memoria. Sopra, sotto, adestra, a sinistra, davanti, dietro, dentro, perciò non serve laprospettiva rinascimentale, non servono tre dimensioni. Tutto sistende sopra un unico piano. Tutte le cose e i colori dell’emozionesi organizzano liberamente, non costretti in impalcatureprospettiche. Nel nostro inconscio non esiste prospettiva”. Ed èuna significativa confessione di consapevolezza raggiunta. Unprogramma culturalmente e storicamente avanzato, caratteristico diprofonde assimilazioni, più di quanto non appaia in superficie.L’attualità di un tale avanzamento programmatico del senso dellapittura è data non soltanto dalla concezione scientifica della“geometria frattale come geometria dell’irregolare, come studiodelle tracce e dei segni lasciati dal caos, come ripristinodell’ordine che si nasconde dietro la confusione”- cometestualmente afferma la Caser, soggiungendo: “E’ affascinantevedere come qualunque forma frattale emerga generata da una formabase e da un codice genetico, espresso in linguaggio matematico”.Non questa sola constatazione di una regola matematica, del resto mairigidamente osservata e applicata nella sua pittura di questi anni, èciò che conta. Piuttosto è come, poi da ultimo, liberamente vienesciolta in una ampia concezione della potenza geneticadell’inconscio, riconosciuto come profonda matrice dinamica delregno delle Forme esistenziali; un goethiano “regno delle Madri”del Faust, ma letto nella nuovissima attualità di quello “inconsciocome insiemi infiniti” (della matematica insiemistica) di MatteBlanco: cioè di una psicoanalisi che disvela le logiche simmetrichedell’inconscio, dove la parte è uguale al tutto (magari comeripetizione-variazione, direbbe la Caser), il fuori è uguale aldentro, l’individuale è sempre membro di una classe che diventasottoclasse di un’altra classe più generale e via di seguito (vediopere modulari della Caser 1994 e precedenti), secondo un principiodi generalizzazione; inoltre, ancora, dove vige un principio disimmetria, per cui l’inverso di una relazione vale come larelazione stessa, così che il tempo diventa tranquillamentereversibile (contro ogni logica scientifica) e l’identità siannulla insieme alla contraddizione, per una logica dell’emozionee del sentimento che rovescia la vecchia logica asimmetrica ebivalente derivata da Aristotele. Vuol dire che l’arte, chedall’inconscio non può prescindere (per il momentointuitivo-emozionale), vive l’inconscio dell’infanzia come ilproprio tempo. “Il sistema inconscio è simile a un bambino che staimparando a parlare e talvolta usa le regole della grammatica equalche volta le ignora” - afferma Matte Blanco. La Caser sabenissimo quando osservare le regole e quando ignorarle. La suapittura può raggiungere in questo modo - e recentemente raggiunge -uno straordinario momento di piena e totale liberazione teoretica epratica. Si giova di una notevole ricchezza di vissuti spirituali edi estreme purificazioni stilistiche. Tutta l’opera recente, apartire da una significativa presenza, nel febbraio 1996, alla Fieradi Strasburgo, e soprattutto nell’ampia personale di recentissimoallestimento a Chicago, dà piena testimonianza dell’altoraggiungimento di un nuovo più libero e pieno dominio dei proprinotevoli mezzi e del proprio prezioso mondo espressivo. La più cheventina di opere esposte a Chicago - tutte del 1996 - segna la svoltadi un nuovo respiro di raggiunta poesia. I valori tecno-formali siprecisano e si liberano nello stesso tempo: è il momento di vertice,in cui, si può ormai buttar via la scala che aveva servito a salire,per un fare arte, che è un fare se stessa e soltanto se stessa.L’artista che porta la propria infanzia dentro, lavora permantenerla viva e intatta con tutto il suo respiro illogico divisione e di sogni. Anche l’esperienza, decisiva per Anna delmovimento “Cobra” sull’intuizione di un alto diapason delcolore, si è ormai maturata e liberata dentro a più solidi rigoriordinativi. Siaccendono ora di misura i blu profondi delle sue marine liguri, icupi splendori (gli ossimori come astrazione concreta si addicono aAnna) si rompono sui rossi fiammeggianti delle ferite e dellepassioni, si affiancano alle ocre e ai bruni della terra bruciata, aiverdi e ai viola dei campi. Volti e fantasmi traspaiono qua e làtrasvolando. Terre, mari, case, diafane figure, vi passan dentro,trasfigurati vissuti di tutta una vita, ed esalano una spazialitàconcreta e vivente, arditamente sciolta in poesia, redenta dalrischio di un sonno insensato.

DINO FORMAGGIO, testo del catalogo “ L’astrazione concreta”

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